<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" standalone="yes"?><oembed><version><![CDATA[1.0]]></version><provider_name><![CDATA[Rifondazione Comunista - Federazione di Mantova]]></provider_name><provider_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com]]></provider_url><author_name><![CDATA[rifondazionemantova]]></author_name><author_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com/author/rifondazionemantova/]]></author_url><title><![CDATA[L&#8217;Ue obbliga la pensione a 65 anni?&nbsp;Falso]]></title><type><![CDATA[link]]></type><html><![CDATA[<div>
<p>di Rosa Rinaldi</p>
<p><img class="alignleft" src="https://i0.wp.com/home.rifondazione.it/xisttest/images/lavoro_donne.jpg" alt="" width="209" height="130" />Non è assolutamente vero che l&#8217;Europa impone che le donne italiane vadano in pensione a 65 anni, come invece viene motivato in modo infondato non solo dal governo, ma dalla più parte dei media. Com&#8217;è che invece l&#8217;informazione non solleva alcun dubbio?<br />
I pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l&#8217;innalzamento dell&#8217;età, ma sono fondati sull&#8217;esigenza di non discriminare il lavoro femminile, giacché tutte le ricerche denunciano retribuzioni e pensioni inferiori a quelle maschili. Con la direttiva 79/1978, l&#8217;Europa salva infatti la possibilità per gli stati di stabilire età di pensione differenti tra uomini e donne; e comunque l&#8217;Unione non può intervenire sull&#8217;età stabilita dai paesi membri. Può, invece, chiedere conto di atti discriminanti, come «obbligare» le donne ad andare in pensione prima: perché, in presenza di un regime legato ai contributi, porta a un rendimento ridotto.<!--more--><br />
Esiste dunque una questione di parità, ma non riguarda l&#8217;età. Nella «Piattaforma di Pechino» i governi si erano piuttosto impegnati a esplicitare l&#8217;impatto delle politiche economiche in termini di lavoro pagato e non pagato e di accessi al reddito delle donne. E il Consiglio Europeo di Lisbona, nel marzo 2000, fissava l&#8217;obiettivo del pieno impiego attraverso un miglioramento quantitativo e qualitativo dell&#8217;occupazione e il diritto fondamentale al lavoro di uomini e donne. Nel diritto comunitario, del resto, la tutela antidiscriminatoria è da sempre un architrave, che col Trattato di Amsterdam del 1998 è divenuto un principio fondamentale.<br />
 </p>
</div>
<div>I dati ufficiali mostrano invece che siamo ben lontane da una parità retributiva, quindi economica, sociale e politica. Questo il quadro: fino a 20.000 euro, 48% donne e 52% uomini; da 20.000 a 40.000, 27% donne e 73% uomini; da 40.000 a 60.000, 20% donne 80% uomini; da 60.000 a 80.000, 15% donne 85% uomini; da 80.000 a 100.000, 12% donne 88% uomini; oltre 100.000, 10% donne 90% uomini.<br />
Il differenziale retributivo uomo/donna si attesta su una media del 23%. Il gap per le retribuzioni nette annue delle donne va da 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10 mila degli autonomi. Gli uomini hanno in media redditi superiori in tutte le forme contrattuali: 23% nel lavoro dipendente, 40% in quello autonomo, 24% per le collaborazioni.<br />
Il lavoro delle donne nei 14 paesi più avanzati per un terzo è lavoro pagato e per due terzi è lavoro non pagato. Mentre tre quarti del lavoro degli uomini è pagato ed un quarto no. Quindi, è il peso dell&#8217;ineguaglianza di genere nella distribuzione del lavoro non pagato che determina le condizioni materiali delle donne nel lavoro produttivo a tutti i livelli. Ciò mentre rimane un carico di lavoro famigliare non retribuito: all&#8217;Italia appartiene infatti il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare. Lisbona auspica il raggiungimento nel 2010 di un tasso di occupazione femminile del 60% in tutti i paesi. I nostri tassi di occupazione femminile risultano inferiori a quelli medi dell&#8217;Ue per ogni classe d&#8217;età e non solo rispetto all&#8217;Europa a 15, ma anche rispetto alle recenti adesioni. L&#8217;Italia infatti è, dopo Malta, il paese con i più bassi livelli di occupazione femminile di tutta l&#8217;Ue.<br />
Quanto poi alle anziane e pensionate, due dati sono confermati in tutte le aree del paese e in tutti gli enti previdenziali: il 76% dei trattamenti integrati al minimo (cioè sotto i 500 euro mensili) riguarda le donne (2,6 milioni) e le donne mono-pensionate sono il 64,8% del totale, con un importo medio annuo di circa 7.300 euro. Si aggiunga che solo l&#8217;1,2% delle donne arriva ad avere 40 anni di contributi, il 9% arriva a una contribuzione fra i 35 e i 40 anni e ben il 52% è al di sotto dei vent&#8217;anni. Il che la dice lunga su ogni ipotesi di elevamento dell&#8217;età pensionabile per le donne, che attualmente in Italia avrebbe solo l&#8217;effetto di peggiorare le condizioni per quelle poche che riescono ad andare in pensione con una vita lavorativa consistente alle spalle.<br />
Prima di omologarsi ad una stramba idea di parità, ci piacerebbe che almeno il sistema dell&#8217;informazione desse conto di questa condizione in modo documentato. E forse scopriremmo che quella della disparità tra differenti è l&#8217;unica uguaglianza e una battaglia politica che val la pena di fare.</div>
]]></html><thumbnail_url><![CDATA[https://i0.wp.com/home.rifondazione.it/xisttest/images/lavoro_donne.jpg?fit=440%2C330]]></thumbnail_url><thumbnail_width><![CDATA[]]></thumbnail_width><thumbnail_height><![CDATA[]]></thumbnail_height></oembed>