<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" standalone="yes"?><oembed><version><![CDATA[1.0]]></version><provider_name><![CDATA[Rifondazione Comunista - Federazione di Mantova]]></provider_name><provider_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com]]></provider_url><author_name><![CDATA[rifondazionemantova]]></author_name><author_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com/author/rifondazionemantova/]]></author_url><title><![CDATA[Lettera degli economisti]]></title><type><![CDATA[link]]></type><html><![CDATA[<p>LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA  SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE  UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI  REDDITI E<br />
DELL’OCCUPAZIONE</p>
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<p><em>Ai membri del Governo e del  Parlamento<br />
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione  europea<br />
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali<br />
Ai  rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del  SEBC<br />
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica</em></p>
<p><!--more-->La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro,  <strong>non si risolveranno attraverso tagli</strong> ai salari, alle pensioni, allo Stato  sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici  essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul  lavoro e sulle fasce sociali più deboli.Piuttosto, <strong>si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in  Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il  profilo della crisi,</strong> determinando una maggior velocità di crescita della  disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un  certo punto costringere alcuni Paesi membri a <strong>uscire dalla Unione monetaria  europea.</strong></p>
<p>Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione  monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili.  Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi  economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano  principalmente dall’insostenibile <strong>profilo liberista del Trattato  dell’Unione</strong> e dall’orientamento di <strong>politica economica restrittiva dei  Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.</strong></p>
<p>≈≈≈</p>
<p>La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo  intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti.  Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali  spiegazioni un <strong>allargamento del divario mondiale tra una crescente  produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di  consumo degli stessi lavoratori.</strong> Per lungo tempo questo divario è stato  compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e  <strong>dell’indebitamento privato</strong> che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da  stimolo per la domanda globale.</p>
<p>Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un  nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme  cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza  e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che <strong>su queste basi  una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile,</strong> e in  ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso  consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del  sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda  globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve  valutarie.</p>
<p>Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di <strong>un sistema economico  mondiale senza una fonte primaria di domanda,</strong> senza una “spugna” in grado di  assorbire la produzione.</p>
<p>L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria  europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri  strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica  economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai  soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella  politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo  commerciale. Tra questi assume particolare rilievo <strong>la Germania,</strong> da tempo  orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della  domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di  accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali  politiche <strong>i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo  dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli.</strong> La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso  l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono  a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del  reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende,  accumulando per questa via debiti crescenti.</p>
<p>La <strong>piena mobilità dei capitali</strong> nell’area euro ha favorito enormemente  il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per  lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto  che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser  considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria  dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che <strong>la presunta efficienza dei  mercati finanziari</strong> non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri  accumulati risultano insostenibili.</p>
<p>Sono queste le ragioni di fondo per cui <strong>gli operatori sui mercati  finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro.</strong> Essi  prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati  declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno  ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il  rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi  esser <strong>progressivamente sospinti</strong> al di fuori della zona euro, o potrebbero  <strong>decidere di sganciarsi</strong> da essa per cercare di sottrarsi alla spirale  deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in  valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove  làazione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su  una serie di <strong>contraddizioni reali.</strong> Tuttavia, à altrettanto vero che le  aspettative degli speculatori <strong>alimentano ulteriormente la sfiducia</strong> e  tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui  mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi  di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei  debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli  operatori finanziari, che <strong>spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e  tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di  mercato,</strong> riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a  determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti  ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di  efficienza descritti dalle sue versioni elementari.</p>
<p>≈≈≈</p>
<p>In un simile scenario riteniamo sia <strong>vano sperare di contrastare la  speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di  politiche restrittive</strong> da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si  limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità”  abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano  ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori,  pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria  della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato  secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali  operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del  sistema bancario.</p>
<p>Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle <strong>ricette liberiste  e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni  passati,</strong> ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti  salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.</p>
<p>E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le  politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati  da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa  ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La  preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto  l’espressione di <strong>interessi sociali consolidati.</strong> Vi è infatti chi vede  nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento  dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e  centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che  usciranno <strong>vincenti</strong> dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione  sfruttando tra l’altro <strong>una minor concorrenza sui mercati</strong> e un ulteriore  <strong>indebolimento del lavoro.</strong></p>
<p>Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non  soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una  incontrollata centralizzazione dei capitali, per una <strong>desertificazione  produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee,</strong> per <strong>processi  migratori sempre più difficili da gestire,</strong> e in ultima istanza per <strong>una  gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni  Trenta.</strong></p>
<p>≈≈≈</p>
<p><strong>Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare  questo pericoloso avvitamento deflazionistico.</strong> E le annunciate, ulteriori  strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle  tutele del lavoro, non potranno che provocare <strong>altre cadute del reddito, dopo  quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009.</strong> Si tenga ben  presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai  quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione  economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo.  Piuttosto, <strong>per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e  quindi la speculazione.</strong></p>
<p>Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un <strong>chiaro  programma di politica economica alternativa.</strong> Una maggior consapevolezza  della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si  sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di  posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte  tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci  programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti  <strong>richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti</strong> laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare  gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di  ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.</p>
<p>Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che <strong>nel 1992 l’Italia fu  sottoposta a un attacco speculativo simile</strong> a quelli attualmente in corso in  Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di  “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della  spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano  necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione.  Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati  in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. <strong>Alla fine l’Italia uscì comunque  dal Sistema Monetario Europeo</strong> e la lira subì una pesante svalutazione. I  lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa  della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci  importate.</p>
<p>Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il  debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel  nostro paese un <strong>massiccio programma di privatizzazioni.</strong> Ebbene, i  peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in  larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini  di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di  sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu  autorevole letteratura scientifica <strong>altamente discutibili.</strong></p>
<p>≈≈≈</p>
<p>Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano  essere abbandonate, <strong>prima che sia troppo tardi.</strong></p>
<p>Occorre prendere in considerazione l’eventualità che <strong>per lungo tempo non  sussisterà una locomotiva</strong> in grado di assicurare una ripresa forte e stabile  del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi  e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora  necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica  economica. Occorre cioè che <strong>l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di  sviluppo</strong> delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia  dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.</p>
<p>Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è  necessario in primo luogo <strong>dare respiro al processo democratico,</strong> è  necessario cioè <strong>disporre di tempo.</strong> Ecco perchè in via preliminare  proponiamo di introdurre <strong>immediatamente un argine alla speculazione.</strong> A  questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello  europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora  deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma  occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna  quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco,  rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate  imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine  ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi  fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto <strong>meglio intervenire  subito in questa direzione a livello nazionale,</strong> con gli strumenti  disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.</p>
<p>L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione  bisogna imporre <strong>un pavimento al tracollo del monte salari,</strong> tramite un  rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai  licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di  sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il  processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del  mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente  irresponsabile.</p>
<p>In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in  avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di  <strong>espansione della domanda</strong> al fine di avviare un processo di riequilibrio  virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri  dell’Unione monetaria europea. <strong>I principali Paesi in avanzo commerciale hanno  una enorme responsabilità,</strong> al riguardo. Il salvataggio o la distruzione  della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.</p>
<p>Bisogna istituire <strong>un sistema di fiscalità progressiva</strong> coordinato a  livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione  sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno  spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle  rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli  evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.</p>
<p>Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e  rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a  coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di  predisporre <strong>un piano di sviluppo</strong> finalizzato alla piena occupazione e al  riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle  capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da  quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di  sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla <strong>produzione pubblica di beni  collettivi,</strong> dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per  contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia  dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile,  alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano  fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa  capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo  delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.</p>
<p>Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle  risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve  ripristinare il <strong>principio di separazione</strong> tra banche di credito ordinario,  che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo  termine.</p>
<p>Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da  parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare <strong>un sistema di apertura  condizionata dei mercati,</strong> dei capitali e delle merci. L’apertura può essere  piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard  del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.</p>
<p>≈≈≈</p>
<p>Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e  l’attuale, <strong>tremenda involuzione</strong> del quadro di politica economica  europea.</p>
<p>Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica  potrebbero rivelarsi presto <strong>insostenibili.</strong></p>
<p>Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di  sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una  deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà  altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale  perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti  pressioni speculative. <strong>A un certo punto tali Paesi potrebbero esser  forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere  deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome  politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e  dell’occupazione.</strong> Se così davvero andasse, è bene chiarire che non  necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della  unità europea.</p>
<p>≈≈≈</p>
<p>Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per  rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La  verità è che è <strong>in atto il più violento e decisivo attacco</strong> all’Europa come  soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più  che mai, dunque, <strong>l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe  caricarsi di senso,</strong> di concrete opportunità di sviluppo coordinato,  economico, sociale e civile.</p>
<p>Per questo, occorre immediatamente <strong>aprire un ampio e franco dibattito  sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori</strong> di politica  economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento  della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta  di politica economica europea.</p>
<p>Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani  delle istituzioni dovranno esercitare in Europa <strong>non sortissero effetti,</strong> la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le  autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di  politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di  sostegno dei mercati interni, dei redditi e  dell’occupazione.</p>
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<h2>Adesioni</h2>
<p>Nicola Acocella (Università di Roma  ‘La Sapienza’), Roberto Artoni (Università Bocconi), Alberto Asquer (Università  di Cagliari), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Baruffi  (Democenter Sipe &#8211; Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano),  Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università  di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario  Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La  Sapienza’), Adriano Birolo (Università di Padova), Giovanni Bonifati (Università  di Modena e Reggio Emilia), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Bruno Bosco  (Università di Milano Bicocca), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio  Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio  (Università del Sannio), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo  ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di  Napoli), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Lorenzo Caselli  (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Mario Cassetti  (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’),  Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Sergio Cesaratto (Università di  Siena), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di  Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Romeo Ciminello  (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del  Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Lilia  Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Università  Roma Tre), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Carmela D’Apice (Università  Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De  Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli),  Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Davide Di Laurea  (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo  (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE),  Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di  Perugia), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Riccardo Faucci (Università di  Pisa), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Stefano Figuera (Università di  Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan) Massimo Florio  (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Guglielmo  Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma  Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro  Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Pierangelo Garegnani  (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’),  Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti  (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio  Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Stefano Grando (Università di Roma  ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea  Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Jossa (Università di Napoli  ‘Federico II’), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università  Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università  di Bergamo), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università  di Roma ‘La Sapienza’), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Maria  Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino  (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di  Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina, Università di Napoli ‘L’Orientale’) Fabio  Masini (Università Roma Tre), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria),  Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza) Luca Michelini  (Università LUM), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni  (Università di Pisa), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’),  Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di  Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Mario  Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte  Orientale), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di  Siena), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA),  Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo  (Università Roma Tre), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’),  Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli  ‘Federico II’), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta  (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Antonella Picchio  (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli  ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università  di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pier Luigi Porta  (Università di Milano Bicocca), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La  Sapienza’), Elena Podrecca (Università di Trieste), Paolo Ramazzotti (Università  di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo  Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco  (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano  (CGIL Lombardia), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Andrea  Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino),  Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di  Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Primo Silvestri  (TuttoRiminiEconomia &#8211; TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma &#8216;La  Sapienza&#8217;), Riccardo Soliani (Università di Genova), Luca Spinesi (Università di  Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Antonella  Stirati (Università Roma Tre), Francesca Stroffolini (Università di Napoli  ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Valeria Termini (Università Roma  Tre), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Tortorella Esposito  (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini  (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Domenica Tropeano  (Università di Macerata), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo  Vasta (Università di Siena), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Carmen  Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’),  Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di  Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).</p>
<p>La Lettera degli economisti è stata firmata da docenti e ricercatori di  Università o di Enti di ricerca nazionali ed esteri. Promotori dell’iniziativa  sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università  del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo  (Università del Sannio), Antonella Stirati (Università Roma Tre). Gli economisti  che intendono aderire possono scrivere a <a href="mailto:info@letteradeglieconomisti.it">info@letteradeglieconomisti.it</a> specificando nome, cognome e università o ente di appartenenza.</div>
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