<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" standalone="yes"?><oembed><version><![CDATA[1.0]]></version><provider_name><![CDATA[Rifondazione Comunista - Federazione di Mantova]]></provider_name><provider_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com]]></provider_url><author_name><![CDATA[rifondazionemantova]]></author_name><author_url><![CDATA[https://prcmantova.wordpress.com/author/rifondazionemantova/]]></author_url><title><![CDATA[Una casa comune. Chiudere l&#8217;era degli Orazi e&nbsp;Curiazi]]></title><type><![CDATA[link]]></type><html><![CDATA[<p>Mentre i dati economici ci raccontano impietosamente un disastro industriale senza precedenti e la crisi seppellisce il mito reazionario del «piccolo è bello», la politica e l&#8217;informazione sembrano avere occhi soltanto per l&#8217;appartamento delle libertà in quel di Montecarlo. Nessun ragionamento &#8211; che non sia schermaglia tattica &#8211; sui problemi infiniti di questo paese. Nessuna idea chiara, neppure a sinistra, sulla risposta da dare alla crisi più acuta degli ultimi 80 anni (la prova migliore: i liberisti invitati da Vendola a spiegare la crisi alle sue Fabbriche&#8230;).<!--more--></p>
<p>Eppure non è difficile capire come stanno le cose. Con la crisi mondiale scoppiata nel 2007 è saltato il modello di accumulazione capitalistica degli ultimi decenni, fondato sulla finanziarizzazione e la crescita a debito (pubblico o privato). Quanto alla crisi italiana, tra le più gravi a livello mondiale, essa dimostra l&#8217;assoluto fallimento di un modello di competitività fondato su bassi salari ed evasione fiscale (una volta divenuta inutilizzabile l&#8217;altra leva classica, quella delle svalutazioni periodiche della lira). L&#8217;obiettivo perseguito da Confindustria e sindacati neocorporativi (Cisl, Uil, Ugl), governo e buona parte dell&#8217;opposizione parlamentare &#8211; uscire dalla crisi comprimendo i salari e confiscando i diritti elementari dei lavoratori &#8211; rappresenta quindi un&#8217;ulteriore passo sulla via del disastro economico, già così tenacemente percorsa in questi anni.</p>
<p>In questo deprimente panorama mediatico-politico non poteva mancare il Michele Serra di turno con l&#8217;ennesima tirata sui «partitini neocomunisti», ovviamente «presuntuosi e residuali». Le competenze di Michele Serra in fatto di presunzione sono innegabili; tuttavia su questo punto si sbaglia. Perché Prc e Pdci sono in verità così poco presuntuosi da non osare l&#8217;unica azione ambiziosa che sarebbe nelle loro mani: rimettersi insieme. Per formare una forza dotata di massa critica decente, in grado di rappresentare una sponda solida e affidabile per le lotte sociali. E anche per restituire voce a tutti coloro i quali pensano che il capitalismo non costituisca il punto di arrivo della storia e che proprio questo ci racconti la crisi attuale. Secondo questo punto di vista il «dopo» del capitalismo non è un generico «altro mondo possibile», bensì il controllo sociale dei mezzi di produzione. Al di fuori di questo orizzonte la prospettiva è fatta di regressione sociale, barbarie pseudoidentitaria, distruzione ambientale e probabilmente guerra.</p>
<p>È un punto di vista fondato. E anche molto più diffuso di quanto si creda. Chi lo condivide, avverte oggi acutamente l&#8217;assenza di un partito comunista. La ricostruzione di questa casa comune, dopo 19 anni, non è in contraddizione con il rafforzamento della Federazione della Sinistra, né con il dialogo con le altre forze progressiste a sinistra e all&#8217;interno del Pd. E neppure con possibili alleanze tattiche su obiettivi condivisi, primo fra tutti quello di cacciare un governo che rappresenta un insulto quotidiano al mondo del lavoro, oltreché alla legalità democratica e alla decenza. Ma la ricostruzione di un partito, di una forza organizzata di un qualche peso è oggi la priorità assoluta. Abbiamo bisogno di chiudere l&#8217;era degli Orazi e Curiazi che ha devastato la sinistra comunista in questi anni. Non è ancora troppo tardi per farlo. Ma il tempo stringe.</p>
<p>E l&#8217;alternativa è l&#8217;irrilevanza.</p>
<p><em>Vladimiro Giacchè<br />
(il manifesto)</em></p>
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